Prendiamo alcuni dei personaggi infilzati regolarmente allo spiedo da Enrico Bernard nelle pasquinate che seguono: Berlusconi, Renzi, Salvini, Bergoglio, Letta zio e nipote, il sindaco di Roma Ale-manno e il suo rampollo Marino... non che l'autore non li prenda sul serio, al contrario, lui si limita a tirare le conclusioni logiche dei loro ragionamenti astratti, delle loro azioni propagandistiche, dei loro luoghi comuni e delle loro follie: ed tutto. Il resto libera risata. Come mai tutto questo avvenga si incarica di spiegarcelo un certo Goethe, in uno degli appunti che scribacchiava dietro le note della spesa: ogni cosa fa pensare al suo contrario. La pace universale? Evoca l'inevitabilit della guerra. L'ideale della fratellanza? Richiama la forza dell'odio. Pronunciate il nome di un dittatore, e sorger dentro di voi, come una pentola in ebollizione, il brontolio incontrollabile della risata di scherno. Meglio se crassa, naturalmente. Qui l'ho fatta e qui la lascio/ mezza al Duce mezza al Fascio. Eh s , lo confessava Giovenale, Difficile est satiram non scribere, ancor prima che arrivassero Flaiano, il caff Aragno e il pollo di Trilussa (quello che ne certifica la media di uno a testa fra il tizio che ne mangia due e l'altro che tira la cinghia). Curioso, riflettendoci, come questi esempi abbiano Roma per sfondo e riconoscano nel vernacolo della citt uno strumento prediletto. Dall'Impero dei Cesari alla citt dei Papi, culminando nel mitico Pasquino, interprete anonimo e collettivo dello spirito libertario cittadino, la satira trova il suo modello nel romanesco, che anche l'antecedente diretto della poesia epigrammatica di Enrico Bernard. L'unica spiegazione possibile che il potere, spirituale o temporale che sia, eccita pi di ogni altra cosa la fantasia e il gusto della rivolta. Ma, a pensarci, l'umorismo freddo prospera anche ad alte latitudini.Si direbbe insomma che la satira, pur amando il riso, non possa esimersi dall'essere estremamente seria. E per esserlo davvero, deve prendere di mira proprio tutto ci che sembra pi ovvio, sacro e inattaccabile: il buonismo, l'uguaglianza, la seriet , la destra e la sinistra, la speranza collettiva, la fratellanza universale, la giustizia, l'appartenenza a qualcosa, a qualcuno, la fede in una qualche religione terrena, le categorie del pensiero accreditato. Poi, ma soltanto poi, arriveranno i critici pronti a elevare l'irriverente autore satirico agli onori del museo (destino, questo, cui Enrico Bernard prover a sfuggire, ma in futuro per lui sar durissimo), analizzando con sussiego i suoi espedienti retorici (l'iperbole, l'ironia, il sarcasmo, l'antifrasi, l'allusione e via enumerando), le sue ascendenze letterarie e naturalmente etichettandolo politicamente. Per cui, prima di assaporare le pasquinate che seguono, dovremmo preventivamente sottoporci a un esercizio spirituale: liberarci delle idiosincrasie e dai luoghi comuni di cui siamo impastati sino al midollo, aprirci la camicia sul petto e mormorare a bassa voce: "ecce homo" Tranquilli, ne sar valsa la pena. Perch fra tutti i possibili bersagli presi di mira dalla satira di Bernard - personali e ideologici - scoprirete alla fine che uno soltanto viene risparmiato. Del resto, non potrebbe essere diversamente: la libert .
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