Chi di noi ha lavorato in un negozio conosce il microcosmo strano e ineguagliabile che si crea inglobando te (entit? senza nome n? casa, un homeless psicologo sempre disponibile) e lui, il cliente (unit? di misura generica che indica l'immenso e l'incomprensibile). Chi fa parte di questo clan a numero chiuso ? pronto a tutto ogni volta che apre la porta o tira su la serranda. Sa che il primo cliente segner? l'intera giornata e decider? se dovr? tornare a casa sorridente o in lacrime, felice o arrabbiato, taciturno o con la voglia di smontare casa e rimontarla in piena notte. ? lui, il primo, a deciderlo e tu puoi solo pregare. Ecco. Io sono un membro di questo club. Per mia madre mi chiamo Chiara, per mia nonna mi chiamo, e mi chiamer? sempre, col nome di mia madre. Ma per i miei clienti no, per loro io sono "quella degli ombrelli", "quella delle borse" o "delle sciarpe", "dei cappelli", a seconda di cosa sono soliti cercare da me. ? come se io, l'ex titolare Caterina, mia madre, tutti i miei amici, parenti e perfino la prozia Bice di Scandinavia fossimo parte integrante di negozio e muri, fusi al punto da essere noi stessi il bancone o forse la serranda. Ho scelto di essere il tronco di noce che uso come sgabello dietro alla cassa, perch? lo adoro. Chi fa parte del clan sa bene che ci? che succede in negozio resta in negozio, anche perch? tanto nessuno ci crederebbe, quindi almeno evitiamo di essere presi per pazzi. No? Ma non sempre... e questa volta vorrei fare una piccola eccezione. Siamo o non siamo in un periodo storico che finir? sui libri di scuola, studiato dai nostri figli e dai figli dei nostri figli e dai figli...?
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