Il diner era chiuso da anni.
Nessuno lo ricordava aperto, eppure le luci al neon tremolavano ancora nella notte, come palpebre stanche che non trovavano sonno. Una leggera foschia premeva contro le vetrate impolverate, sfumando i contorni del mondo fuori. Dentro, invece, tutto sembrava congelato in una quiete irreale.
Il bancone era lucido. Le sedie, al loro posto. Una tazzina sbeccata, capovolta sul piattino. E sul jukebox, una traccia appena percettibile di voci dimenticate, come se il tempo avesse smesso di scorrere e si fosse messo in ascolto.
L'uomo sedeva da solo. Immobile. Le mani intrecciate sul tavolo, lo sguardo perso tra le righe della tovaglietta di carta. Accanto a lui, una foto sbiadita: una donna dai capelli raccolti e una bambina dai denti sporgenti, immortalate in una risata che non avrebbe avuto seguito.
Davanti alla tazza fredda, un orologio da polso. Il cinturino in cuoio consumato, la cassa d'acciaio rigata, le lancette ferme sulle 22:09.
L'uomo parlava piano. Non a s stesso. A qualcuno - o qualcosa - che non si vedeva.
Non sono qui per giudicarvi.
Una pausa. Lunga. Come se stesse aspettando una risposta.
Sono qui per farvi ricordare.
Poi si alz , lentamente. Indoss il cappotto, sistem il nodo della cravatta con cura e si volt verso i tavoli vuoti. I suoi occhi non erano vuoti, ma pieni. Di voci. Di nomi. Di colpe.
Mormor qualcosa che nessuno sent , ma che fece tremare il neon sopra la porta.
Usc nel silenzio, mentre dietro di lui le sedie iniziarono a scricchiolare da sole. Una alla volta.