In questa raccolta c'è praticamente tutto il mio vero apprendistato poetico che, in maniera più plasticamente evidente e coerente, è presente già nelle precedenti raccolte "Apprendistato alla parola" e "Officium". Qui, invece, presento l'intera produzione che ho deciso di salvare dall'oblio delle primissime fasi di emersione del patrimonio immaginale e culturale che, come si capisce si dai primi versi, è ancora totalmente affidato alle cure amorevoli della poesia decadente, da Baudelaire a Rimbaud su tutti. Ritengo sia necessario dirlo per sgombrare il campo da equivoci sul sentimento di profonda riflessione che mi ha spinto a pubblicare materiale che, diciamocelo francamente, in pochi decidono di pubblicare. Ho notato che la maggior parte dei poeti si vergogna del proprio apprendistato e decidono di mostrare solo il meglio di sé e delle proprie capacità. Io non sono di tale avviso. Dopo decenni di mestiere poetico non sento più la necessità di dare un'immagine "aggiustata" di me. Non ho più ambizioni di successo, non devo dimostrare qualcosa alla comunità letteraria, piccola o grande che sia, quindi paradossalmente sono anche libero di non pensare all'altro, soprattutto se esperto. Alla fine nessuno diviene un grande poeta, lo si è o per reminiscenza o perché quando cominci a scrivere i tuoi primi versi già si apre l'abisso fra te e il mondo. Io non so nemmeno se sono un poeta, figuriamoci "un grande". Ed è proprio per questo motivo che ho deciso terapeuticamente di pubblicare tutto quello che sto pubblicando in questi mesi, e lo sto facendo con l'alias, Angelo Saverio, che mi ha sempre connotato come musicista. Oramai il poeta e il cantautore hanno finalmente portato a termine l'operazione di fusione e non sento più l'esigenza di distinguere i due ruoli. E questa raccolta rappresenta una sorta di dote sentimentale che il giovane poeta Agostino Palmisano dona al vecchio cantautore Angelo Saverio. Tale dote è molto importante, è forse la più importante. Essa è l'immagine niente affatto sbiadita del fanciullo interiore che, senza sapere come e quando, ha deciso di emergere alla vita in una maniera sicuramente complicata e laboriosissima. Nascere come poeta è davvero un sacrificio immane (ovviamente dal punto di vista emotivo e interiore) e l'angoscia in cui ti versa non ha soluzione né ragione. È come il disseppellimento di un neonato che riemerge vivo ma non è uno zombi. L'immagine è forse disturbante ma credo che l'immagine della banalissima vita quotidiana possa disturbare molto di più, se solo si avesse il coraggio di guardarla. La Poesia assolve a questo compito: La vita non è più banale e mai lo sarà.
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