Il solo, fra i pensatori del VI secolo a.C., che si propose esplicitamente di analizzare il problema della giustizia è Pitagora: egli inquadra la sua concezione di essa nella concezione che ha dell'universo, e che è una concezione di ordine e di armonia razionale, espressa identificando l' archè , il principio dell'universo, nel numero, e quindi spiegando l'armonia del cosmo come un complesso di rapporti matematici. In questa visione matematica della realtà Pitagora fa rientrare anche le virtù, ed in particolare la giustizia. Secondo Aristotele, Pitagora sosteneva che anche le virtù avessero un'essenza numerica: fra esse la giustizia, che egli vedeva rappresentata dal numero quadrato, cioè dal numero che è il prodotto di 2 fattori uguali ( isàkis ìsos , e cioè "l'uguale per l'uguale"). La giustizia, intesa come "valore" , "principio etico" consistente nell'individuazione e nel rispetto dei diritti di ciascun singolo individuo, si fonda per i pitagorici su tre canoni essenziali: la "comunanza" dei beni, l'uguaglianza tra gli uomini e il sentimento della "fratellanza".
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