La notte era viva.
Non di suoni, non di voci, ma di presenze invisibili che si annidavano tra gli alberi antichi della Foresta di Branwyth.
Il vento stesso sembrava temere di infrangere il silenzio sacro che gravava sul mondo, scivolando come un respiro trattenuto sulle chiome contorte degli alberi.
Sotto la volta oscura del cielo, velata da nuvole inquiete, una figura solitaria avanzava, avvolta in un mantello logoro,
i passi quasi privi di peso sulla terra umida.
Nelle mani, strette con la disperazione di chi conosce la posta in gioco, portava un frammento di pergamena: consumato, strappato, ma ancora leggibile per chi sapeva interpretarne i segni.
Era una profezia.
Una promessa, o forse una condanna, scritta molto tempo prima che il mondo di Verdanor avesse dimenticato i suoi antichi custodi.
Diceva che, quando le ombre si sarebbero risvegliate dalle profondit dimenticate, un'anima di sangue nobile e cuore puro avrebbe camminato tra luce e tenebra, scelta da forze pi antiche dell'uomo per compiere un destino che n spada n incantesimo da soli avrebbero potuto spezzare.
La figura si ferm davanti a una pietra massiccia, nera come la notte e incisa di simboli antichi, per met coperti dal muschio. Sussurr parole in una lingua che il vento stesso sembrava ricordare.
E il suolo trem .
Altrove, in un piccolo villaggio avvolto nella nebbia e nell'oblio, un ragazzo dagli occhi limpidi si agitava nei sogni. Sognava la fine di ci che conosceva. Non sapeva che il suo sangue portava il peso di una stirpe dimenticata, che il suo cuore sarebbe stato forgiato dal dolore, dalla scelta e dal sacrificio.
Non sapeva ancora che l'oscurit aveva pronunciato il suo nome.
Il destino si era messo in cammino.
E Verdanor non sarebbe mai pi stata la stessa.