Alessandro Chiodo LA RIGIDIT DEL TEMPO Questa raccolta si apre come una strada in salita, lastricata di luci oblique e di voci che si inseguono. Il paesaggio non mai un fondale: entra nei pensieri, si fa eco del passo, respira con chi cammina. Le figure letterarie - che provengano dai classici o da un sogno della notte prima - appaiono accanto all'io narrante come compagni di viaggio, pronti a dire una frase e a dissolversi dietro l'angolo. Gli oggetti restano, invece: un portale socchiuso; un libro caduto, il bagliore di un pesce d'argento che rompe l'acqua. In questo fluire non ci sono un prima e un dopo definitivi: cadere anche cominciare, perdersi una forma di orientamento. L'individualit si scompone e ricompone come un mosaico riflesso in pi specchi. Bellezza e dolore scorrono nella stessa vena, confondendo la loro origine. Alla fine, resta il senso di una metamorfosi continua - come se ogni immagine non fosse un punto d'arrivo ma una soglia da attraversare. In questa raccolta, il tempo si fa soglia, rito, frammento: attraversa paesaggi liguri e territori interiori, si piega al silenzio, si lascia interrogare. Tra ulivi e pietra, tra stanze che odorano di cera e fiori notturni, la voce poetica si inoltra nel labirinto del desiderio, dove Arianna e il Minotauro non sono figure mitologiche, ma presenze vive che guidano verso la conoscenza di s . Il linguaggio si fa gesto, il gesto si fa corpo, e il corpo si fa luce che trattiene l'invisibile. Il paesaggio non sfondo, ma organismo pulsante: la Liguria, la campagna, il mare diventano specchi dell'anima, luoghi dove il tempo si piega e la memoria si fa materia. In dialogo con Attilio Bertolucci, per la sensualit del paesaggio; Cesare Pavese, per la tensione tra mito e quotidiano; Camillo Sbarbaro, per il silenzio che vibra; Dino Campana, per la visione che brucia; Andrea Zanzotto, per la lingua che si dissolve nel paesaggio; Giovanni Testori, per la carne che si fa parola; Sandro Penna, per la grazia che non si impone; Cristina Campo, per la sacralit del frammento; Paul Celan, per la parola che vibra nel vuoto. La rigidit del tempo un atlante dell'invisibile, una liturgia dell'intimit , una sinfonia di soglie. un invito a camminare - non per arrivare, ma per custodire. Perch anche nella struttura pi rigida pu fiorire una crepa, e in quella crepa vibrare la luce di un amore che non si dice, di un ritorno che somiglia a una rivelazione.
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