"Il nome del padre" è un romanzo femminista, anche se l'autrice non si definisce tale. Non per ideologia, ma per verità. Non per militanza, ma per necessità. È la storia di Rosa, e con lei di tutte quelle donne che hanno resistito senza proclami, che hanno lottato per i figli, per la dignità, per restare umane in un mondo che chiedeva solo silenzio. Donne del Sud, madri e figlie cresciute tra sacrifici, arance d'inverno, dolore cucito nelle mani. Donne che non si sono mai chiamate "femministe", ma che ogni giorno hanno fatto la rivoluzione nel gesto di restare vive. Questo romanzo è femminista non perché lo grida, ma perché lo è. Perché mette al centro il corpo, la voce, la memoria delle donne. Perché dice la verità, anche quando fa male. E sì, anche quando non c'è un lieto fine. "Il nome del padre" non nasce da un manifesto politico. Nasce da una fedeltà alla realtà, alla carne, alla Storia. L'autrice non segue bandiere, ma sa che certe ingiustizie non hanno colore: hanno volti, mani, nomi. E che raccontarli è già un atto politico. Perché ci sono storie che gridano da sole. E questa è una di quelle. "Il nome del padre" è un romanzo che squarcia il silenzio delle donne dimenticate, è un atto di ribellione contro la cultura del patriarcato, una celebrazione del coraggio femminile, un inno alle madri che hanno amato senza essere amate, alle figlie che hanno spezzato catene senza fare rumore. Non è solo la storia di Rosa. È la storia di tante. Di chi è cresciuta all'ombra di padri, mariti e doveri. Di chi ha imparato a scegliere. A disobbedire. A salvarsi.
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