"Permaneva l'ansito in fondo al suo animo, una bontà dolorante negli occhi lucidi e fondi; attraverso a periodi accessi di ribellione o esuberanza dionisiaca («il male il male, il male covava perfido bieco») approdava ad una pacatezza larga, una serenità commossa nella quale l'azione morale non era più sempre costretta e imposta ma libera e spontanea come la grazia, le cose contemplate apparivano doni eterni e il buio riceveva fiducioso schiarimento da ciò che per sé è luce (...) c'era nella sua voce una magia d'abbandono, un languore umido accorato ma caldo fremente che faceva male al cuore, come un'anima nuda in pupille lucenti. Palpava le cose con amore di bimbo, con gli occhi e la mano, le bacche le foglie le succhiava, si empiva la bocca di petali di rose. Davanti al «tranquillo fiume di serenità» che sono i suoi colli e gli ulivi, nell'aperto angolo di cimitero dove molti anni addietro mi aveva detto di voler riposare, quieterà ora in eterno assorto." Mario Novaro (Ricordo di Giovanni Boine) Giovanni Boine (Finale Marina, 2 settembre 1887 - Porto Maurizio, 16 maggio 1917) è stato un poeta e scrittore italiano. Fu uno degli intellettuali più eminenti ma anche atipici del gruppo "vociano". Si espresse soprattutto come saggista, scrivendo riflessioni religiose e filosofiche, passando da una posizione di simpatia verso i cattolici modernisti ad una decisa polemica nei loro confronti. Tra le sue opere: "Il peccato ed altre cose" (1914); "Discorsi militari" (1914); "Frantumi seguiti da Plausi e Botte" (1918). L'opera di Giovanni Boine nasce tra tensione anarchico-libertaria ed un'esigenza mai sopita di organicità ed ordine. La sua poesia si trova soprattutto nei frammenti di prosa descrittiva dove si cerca con sofferta dedizione l'equilibrio tra il desiderio della lucidità, il controllo razionale e la veemenza delle allucinazioni. In questo senso Boine può considerarsi uno dei pochi scrittori del suo tempo che abbia in sé l'angosciata densità di Nietzsche. Nei componimenti di " Frantumi" la scrittura è spezzata, lingua e ritmo stanno a cavallo tra poesia e prosa e sembrano dichiarare lo sgretolamento di ogni norma. Il linguaggio che ne deriva è disarticolante e anti tradizionale. Un classico del Novecento italiano.
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